Cosa intendi con “non c’è più religione, ma tanta spiritualità”?

Rispondere a questa domanda richiederebbe la scrittura di un intero saggio. Sfruttando un cliché di uso comune, qui ho cercato di riassumere quella che è la posizione dell’ uomo completamente secolarizzato, nei confronti non solo della religione, ma anche di ciò che si è soliti definire sacro o divino.

Come ha scritto Roberto Calasso in L’innominabile attuale, l’epoca post-storica è caratterizzata dalla disponibilità e accessibilità di tutte le credenze del passato.

Paradossalmente, non appena l’uomo si è comodamente appisolato nell’assoluta certezza dell’inesistenza di Dio, allo stesso tempo, ha avuto a disposizione una sorta di “centro commerciale della spiritualità”, in cui ognuno può scegliere liberamente la sua via, indipendentemente dalle sue origini etniche e/o religiose.

Si creano strane ricombinazioni in quella che qualcuno ha chiamato l’epoca post-secolare. La spiritualità può diventare uno “stile di vita”, un nuovo bisogno post-materialistico, un tentativo di riempire il senso di vuoto, un modo per sentirsi migliore senza migliorarsi, un’etica laica oppure un’ossessiva ricerca della felicità.

L’ateismo non ha più bisogno di combattere la spiritualità, visto che essa – non più prerogativa della sola religione – può configurarsi come impegno nel mondo, attività che persegue il bene comune.
C’è anche chi si spinge (come Panikkar) a teorizzare la fecondità della tensione tra io secolare e io spirituale .

Luigi Berzano ha fatto notare, a questo proposito, che la nuova spiritualità laica può presentarsi sia come believing without belonging (credere senza appartenere), sia come behaving without believing (comportarsi senza credere).

Sarebbe quindi possibile sia credere in qualcosa di superiore, non materialistico, non immanente, senza appartenere a nessuna religione o metafisica rivelata; allo stesso tempo sarebbe legittimo immaginare un comportamento spirituale, un puro vivere, senza alcun bisogno di credere un Dio monoteista o di seguire l’esempio di Buddha.

Insomma esisterebbe ormai una spiritualità senza Dio e profeti come “insieme di atteggiamenti e pratiche dotate ognuna di significato che l’individuo adotta quali elementi per dare un senso unitario alla propria vita” (Berzano, 2014).

La mia posizione al riguardo non è distaccata. Per quanto giudichi interessante, come studioso, seguire l’evoluzione (per certi versi “necessaria”) della società su questo tema, nella mia intimità sono invece convinto che le rivelazioni di Dio esistano e che tutto il resto è, in definitiva, un prendersi in giro.

Per me esistono le religioni ortodosse (quelle rivelate), cioè quelle che, per l’uomo secolarizzato non esistono più (“non c’è più religione”) e esistono anche molte parodie della religione (“ma c’è tanta spiritualità”): New age, Scientology, Osho, Sai Baba, Gurdjeff e altre ridicole sette che impropriamente si definiscono sufi, buddiste, indù, sciamaniche.

Per approfondire il tema consiglio a tutti di leggere i libri di Mircea Eliade e di René Guénon.

BIBLIOGRAFIA
L. Berzano, Spiritualità senza Dio?, Mimesis 2014
R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi 2017

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